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Nov

Quanto vive una farfalla?

Quanto vive una farfalla? La longevità nei Lepidotteri.

Testo e foto di Mario Ioppolo

La concezione che le farfalle vivano un solo giorno è un luogo comune ancora piuttosto diffuso, anche se sicuramente lo stadio adulto di un Lepidottero (appunto lo stadio di farfalla) è in genere più breve degli stadi preimmaginali (bruco, crisalide).

 

Le farfalle diurne in generale e molte delle falene dotate di spiritromba funzionale investono il tempo a disposizione per nutrirsi, per incontrare il sesso opposto, per scegliere le piante adatte a deporre le loro uova: tale periodo di vita varia abbastanza, anche tra specie di una stessa famiglia: si passa da pochi giorni a un paio di settimane in famiglie come Papilionidi, Licenidi, Sfingidi, Nottuidi, Ninfalidi. Specie piuttosto longeve, fino ad alcuni mesi, le troviamo tra le grandi Caligo e Morpho, e le Heliconiinae: le  Morpho e le Caligo prediligono come fonti alimentari la frutta matura o marcescente e c’è una
correlazione tra il valore nutritivo di queste fonti e a loro maggiore longevità rispetto alle molte altre specie che si nutrono principalmente di nettare. Le Heliconiinae invece, grazie alla possibilità di utilizzare anche il polline dei fiori oltre che il nettare, introducono nella propria dieta proteine ed amminoacidi che consentono loro di estendere il loro periodo di vita: in particolare i nutrienti ricavati dal polline di alcune piante presenti nel loro areale di distribuzione consentono a queste specie di vivere sino a 6-8 mesi!

 
 Le specie che allo stadio adulto vanno in diapausa possono avere un’ovvia estensione della loro longevità: specie come la Vanessa io (Inachis io) e Vanessa atalanta trascorrono allo stadio adulto i mesi invernali al riparo, senza praticamente nutrirsi. Anche la Sfinge Macroglossa stellatarum trascorre l’inverno da adulto, in luoghi riparati (a volte anche nelle case), ma in giornate particolarmente miti riprende temporaneamente l’attività visitando i fiori disponibili in tale stagione.
La farfalla monarca (Danaus plexippus) normalmente vive fino a qualche settimana ma la generazione che sfarfalla in autunno, che è  rappresentata dagli individui che migrano nelle zone di svernamento, può vivere fino a 8 mesi.
Queste specie durante l’inverno riducono i propri costi energetici, anche in conseguenza di mutamenti ormonali come ad esempio la soppressione della secrezione dell’ ormone giovanile responsabile della maturazione delle gonadi (che riprenderà al ritorno delle condizioni climatiche favorevoli); l’alimentazione assente o ridotta al minimo consente loro di sopravvivere grazie alle grandi riserve di lipidi di cui queste specie, o più esattamente gli individui della generazione invernale, dispongono.
Molte famiglie di falene (ad esempio Saturnidi, Lasiocampidi, Limantridi, Notodontidi e qualche Sfingide) hanno un apparato boccale rudimentale o assente e le loro energie sono affidate alle riserve di lipidi accumulate durante lo stadio larvale; la loro vita si esaurisce entro una settimana o poco più. Per ottimizzare il poco tempo a disposizione queste specie hanno evoluto sistemi per velocizzare la fase riproduttiva: le femmine nascono già con le uova mature pronte per essere deposte dopo la fecondazione, l’incontro tra i due sessi è favorito dal riconoscimento, in genere da parte dei maschi, delle femmine della propria specie a lunga distanza tramite i feromoni, e le femmine tendono a deporre le uova spesso in modo generalizzato, su diversi substrati (la Lasiocampa quercus addirittura lascia cadere al suolo le proprie uova senza attaccarle alle superfici).
 

In allevamento si tenta di allungare il periodo di vita (per esempio quando si attende lo sfarfallamento di una femmina mentre un maschio è già sfarfallato da tempo) tenendo il soggetto a bassa temperatura; l’insetto in queste condizioni è molto meno attivo e il dispendio energetico rallenta. Tale inverno artificiale tuttavia, anche con specie che possono essere nutrite, non può garantire una vitalità così a lungo termine come con quelle programmate per andare in diapausa invernale allo stadio adulto.
In diverse specie i maschi tendono ad avere una longevità un po’ ridotta rispetto alle femmine. Questo può essere spiegato col fatto che in queste specie i maschi hanno consumi energetici più rapidi volando alla ricerca delle femmine o, in alcuni casi, difendendo il territorio allontanando altri maschi etc. Le femmine invece hanno necessariamente evoluto una maggiore longevità perchè la maturazione delle uova e la ricerca della pianta ospite adatta sono processi che richiedono un certo tempo. Ci sono delle eccezioni: i maschi del Licenide Lysandra coridon, ad esempio, vivono leggermente di più delle femmine.
Nelle specie che allo stadio adulto hanno diapausa estiva, come il Ninfalide Brintesia circe, d’estate i maschi muoiono poco tempo dopo l’accoppiamento mentre le femmine sopravvivono due mesi in estivazione. Un simile fenomeno lo troviamo in alcune specie tropicali in concomitanza con la stagione secca.
La longevità di una farfalla può non coincidere con la sua aspettativa di vita: non è raro infatti trovare discrepanze tra la longevità osservata in natura e quella osservata in laboratorio: in natura la presenza abbondante di predatori, per esempio, può ridurre drasticamente l’aspettativa di vita di un individuo. Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui specie che si alimentano di preferenza a spese di nettare dei fiori hanno un’aspettativa di vita più lunga rispetto a specie che visitano le pozze per assumere dei sali minerali disciolti nell’acqua (maggiore esposizione ai predatori sui substrati su cui si formano le pozze). D’altra parte con alcune specie si è visto che individui osservati in natura vivevano più a lungo di individui allevati in laboratorio, perchè evidentemente per questi ultimi non si riuscivano a ricreare le condizioni ambientali per loro più ottimali.
In conclusione, per quel che riguarda la longevità e l’aspettativa di vita nei Lepidotteri ci possono essere  differenze non solo da una specie all’altra di una stessa famiglia, ma persino tra gli individui di una stessa specie, perchè i fattori che vi concorrono in positivo o in negativo sono numerosi: esposizione ai predatori, condizioni climatiche, sesso, esistenza ed efficacia dei meccanismi di mimetismo, scelta delle fonti alimentari, alimentazione allo stato larvale; alcuni fattori, come l’ultimo ora citato, ancora non sono totalmente compresi e l’effettivo contributo quantitativo di ciascuno di essi sulla longevità dei lepidotteri è tutt’ora oggetto di studio, dato il gran numero di specie non ancora studiate in modo esaustivo.
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