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Apr

Götterdämmerung – il Crepuscolo degli Dei

Album Panini, Bologna 1963

Il miraggio della sintesi in sistematica, l’incertezza delle certezze: cronaca di una crisi esistenziale.

Testo di Cesare Brizio– foto di pubblico dominio, accedute via Google

Sistematica, scatole, bancarelle

Giorgio (e ancora non sapevo chi fosse) si è avvicinato con calma al mio banchetto. Accanto ai miei CD, vera ragione della mia presenza, tante conchiglie, ciascuna insacchettata e cartellinata. Quelle da cinquanta centesimi, in un ordinato gruppetto di cassettine porta-minuteria, poi le separate scatole per i pezzi da uno, due o tre euro, e un inedito: i doppioni della mia collezione di Olive. La mostra-mercato del DLF è l’unica in cui vendo conchiglie (la mia collezione non è tale da consentire un vero e proprio commercio) e, come azione terapeutica, quest’anno ho deciso di separarmi, con grande fatica, dai doppioni meno pregiati riferibili al genere Oliva Bruguière, 1789. Olive e Nerite (Nerita Linnaeus, 1758) – una raccolta compulsiva, un’incetta. Che solo di recente, non potendomi ragionevolmente accontentare della pagina dedicata alle Olive su Gastropods.com, ho iniziato a raccogliere con fare vagamente scientifico. Anche se, per cogliere il lato psicopatologico della faccenda, basta considerare il mio obiettivo: collezionare un esemplare per ogni specie e sottospecie riconosciuta in letteratura. Amici entomologi, vi ricorda qualcosa? Qui casca l’asino, qui casco io: addosso a voi, con questo post che ha il solo obiettivo (come sempre, d’altronde), di scaricare su di voi le mie paranoie. Senza neppure chiedere scusa. Scusa di che? 🙂 Su questo, io e l’amico Filippo Buzzetti, meno malato di me, abbiamo la stessa opinione: se ti interessa solo riempire la casella, possedere il nome o le vestigia dell’animale, di cui magari non sai nulla, beh, forse non sei né uno scienziato né un’appassionato della natura. Potresti con più soddisfazione buttarti sulla raccolta di figurine!

Album Panini, Bologna 1963-1964

Album Panini, Bologna 1963-1964

“Riconosciuta in letteratura”??? L’album Panini delle Olive

Invece Giorgio, elegante e misurato, è un olivista vero – guarda solo nella vaschetta bianca. Gli bastano un paio di frasi per ottenere tutta la mia attenzione e, in cascata, il mio rispetto.
Qualcosa del tipo: “Questa non può essere un’Oliva elegans, anche considerando la provenienza: Port Douglas, Queensland. Direi proprio che è la forma westralis dell’Oliva vidua. E quest’altra non è una Oliva vidua, è la forma chiara dell’Oliva keeni.
Un uno-due che mi stende: tutto attorno a me si fa più luminoso, rimbalzo contro le corde e piombo a terra come un sasso. Mi risveglio a contatto con il tappeto e mi trovo boccheggiante, a campare ragioni, o meglio scuse, per la mia oggettiva incompetenza: “La prima me la hanno venduta per elegans, e vista l’autorevolezza del venditore non ho neppure controllato. La seconda è una storia più lunga: la ho acquistata online come mustelina, quando mi è arrivata a casa ho capito l’inghippo,  non ho ancora abbastanza occhio e mi era sembrata una vidua. Ma tenga conto che…” dico, e col gesto sacerdotale da Mosè di ritorno dal cespuglio ardente, o forse con quello del naufrago che artiglia il salvagente, “… ho iniziato da poco, e mi sono procurato questo!

Tursch&Greifeneder

Tursch&Greifeneder (2001) – Oliva shells – The genus Oliva and the species problem

Nelle mie mani, risplende il Tursch & Greifeneder, il mio “album Panini” delle Olive. Controllo rapidamente: Giorgio ha ragione, che occhio, ragazzi! Bisogna sempre controllare molto bene, prima di acquistare!(più facile a dirsi che a farsi, vista la qualità media delle immagini su shellauction.net!)

La rivincita dei lumpers

La competizione tra Germania e USA, con due guerre mondiali alle spalle, non è un soggetto adatto alle mie paradossali spiritosaggini. Di fatto, il mio librone tedesco,  con un approccio assai ben documentato basato sul concetto di “objective morphospecies” (validamente discusso in decine di pagine) nel 2001 ha fatto piazza pulita di un intrico di alcune centinaia di “psicospecie”, sinonimi, varietà di colore che avevano ben confuso le idee dei collezionisti, per opera soprattutto americana, in particolare con i lavori di Petuch e Sargent negli Anni Ottanta. Un oceano, non solo metaforico, separa le due visioni.
Questi splitters, moltiplicatori di olotipi e “nomenspecies”, che sembrano aspirare a una fama direttamente proporzionale al numero di specie descritte, sono particolarmente invisi a noi psicotici del collezionismo, perché moltiplicano gli specchietti per noi allodole, e ci obbligano a dar la caccia a più articoli, un po’ come se la Panini aggiungesse alle pagine dedicate alle squadre di calcio lo spazio per le foto dei dirigenti, del medico sociale e dei massaggiatori.
Ma al di là della sana autoironia, il lavoro di Tursch e Greifeneder (T&G, per fare prima), che identifica in 74 il numero di vere morfospecie esistenti, ha un valore oggettivo: i metodi usati sono i meno arbitrari possibili (chi fosse stato così avventato da seguire il link in uno dei miei ultimi post, potrebbe avere già letto la mia prolissa esaltazione del rasoio di Occam in sistematica).
Il problema? La “objective morphospecies” può anche rivelarsi un cluster di specie biologiche separate riproduttivamente. Ad esempio, l'”Oliva fulgurator complex” di T&G, alla prova del DNA,  si è rivelato il contenitore di almeno quattro specie, che quindi “esistono davvero”, almeno se parliamo di specie biologiche alla Mayr. Ma siamo di nuovo al punto di partenza… addirittura, alle prese col noto paradosso che solamente se due specie vivono nello stesso luogo puoi avere la certezza che sono riproduttivamente separate (“sympatry criterion”). Altrimenti, potrebbe trattarsi di popolazioni interfeconde che non sono in contatto per puro accidente geografico.
La definizione di morfospecie basate su uno olotipo e su un numero in genere piccolo di paratipi, potrebbe avere qualcosa di antiscientifico, “rituale”, “arcaico”, puramente convenzionale, visto che in realtà il nostro vero bersaglio dovrebbe essere la “LITU”, Least Inclusive Taxonomic Unit. Sebbene meno limitato nell’approccio, lo studio statistico morfometrico, a scala di popolazioni, considerando esemplari di diverse età e diversi ambienti, per costruire la “morfospecie oggettiva”, ragionevolmente non può comunque andare oltre la definizione di “morfotipi” che possono, o meno, essere specie.

Götterdämmerung – un’altra bibbia!

Esiste una terza via? Si, il buon senso. Giorgio ha colto la mia preoccupazione, e mi ha dato un bel consiglio: procurarmi il lavoro di Günther Sterba che, pochi anni dopo T&G, ne ha riesaminato e confermato l’approccio riduzionista, limitandosi a smontare alcune delle conclusioni più radicali.

Sterba - Olividae, A Collectors Guide

Sterba – Olividae, A Collectors Guide

E comunque ora possiedo anche un lavoro francese del 2009, quello di Hunon, Hoarau e Robin, che può ben rappresentare (sebbene mitigato nella forma), l’opposto approccio di chi esalta le differenze (possibilmente senza finire nella “psicospecie” conclamata…).

Hunon, Hoarau & Robin - Olividae - A complete survey of recent species of the genus Oliva

Hunon, Hoarau & Robin – Olividae – A complete survey of recent species of the genus Oliva

Ai fini della pratica della mia psicosi, partivo da un’ottantina di caselle da riempire, ed ora ho scoperto che è più ragionevole riempirne un centinaio. Passato il momento di massimo disorientamento, ammetto che fa sempre bene rinunciare ai radicalismi, e chissà mai che, nel mio limitato orizzonte, il (parziale) crepuscolo dei lumpers più agguerriti non sia invece l’alba di una visione un po’ più equilibrata, anche se dal vero equilibrio, quello di chi non ha bisogno di incasellare, temo di essere ancora molto lontano. Vero, Filippo? 🙂

P.S.: offro alla vostra ilarità e compatimento la mia lista delle specie di Oliva da collezionare. Buon appetito! 🙂

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