19
Set

Gli insetti hanno paura di provare dolore?

Testo e foto di Roberto Battiston

Il titolo sibillino di questo intervento introduce un’annosa questione che recentemente ha trovato interessanti evidenze: quali sensazioni provano gli insetti? Provano dolore? Provano paura, felicità, passione? Bisogna subito mettere in chiaro che gli studi nel settore sono ancora pochi e i risultati parziali. Siamo ancora piuttosto lontani dall’avere una comprensione ottimale dei sentimenti umani, figuriamoci quelli degli insetti.

 

Esiste poi il problema dell’antropomorfizzazione con cui tendiamo ad attribuire ad ogni cosa che ci somigli vagamente degli attributi umani, rischiando di falsare quelle poche evidenze che abbiamo ottenuto finora.
Non entro nella filosofia se il dolore sia un’emozione, una sensazione o un sentimento, e userò qui la stessa accezione per tutti questi termini. E’ curioso però notare che sui dizionari il termine “sentimento” sia quasi sempre descritto come uno “stato d’animo”, cosa che implica il possesso di un’anima e quindi, secondo i testi sacri, prerogativa umana (o degli umani che ritengono di averne una). Ma se gli insetti posseggano o no un’anima è una questione che a noi interessa poco. I sentimenti intesi come elaborazione di una sensazione o percezione esterna invece sì.
La principale obiezione al possesso di una percezione del dolore negli insetti è da sempre il fatto che questa viene da noi elaborata in un sistema nervoso centralizzato, in una sede unica e complessa, cosa di cui gli insetti sono certamente sprovvisti, possedendo soltanto tre piccoli gangli cerebrali distinti. Se non hanno un cervello, insomma, non possono provare dolore, e verosimilmente nemmeno altri sentimenti o sensazioni.
Alcune recenti scoperte hanno però ribaltato la questione spostandola dai neuroni ai geni. Nel 2003 Tracey e colleghi (1) avevano portato alla luce un interessante gene delle drosophile che inattivato produceva terminazioni nervose insensibili agli stimoli meccanici e termici intensi e lo avevano battezzato appunto “gene del dolore”.
L’Institute of Molecular Biotechnology lo scorso novembre ha fatto di più (2), individuando tale gene (con opportune variazioni) anche nei ratti e negli esseri umani. Questo implica che il dolore sia una faccenda piuttosto antica e che la sua percezione risieda in un meccanismo fondamentalmente comune a molti animali.
Quindi, perdonandomi il gioco di parole, antropomorfizzare il dolore non sembra essere poi una completa bestialità. Penso sia del resto esperienza di molti l’aver osservato un insetto a cui si stacca una zampa, avere uno spasmo e fuggire quindi di corsa il più rapidamente possibile. Provare dolore è qualcosa di indubbiamente vantaggioso, se non di vitale importanza in termini evolutivi, poiché permette di convogliare tutta l’attenzione e le energie nell’allontanarsi rapidamente dalla fonte del dolore e non rischiare oltre alla zampa anche la vita. E’ quindi sensato supporre che questa strategia sia comparsa in tempi antichi, quindi in una forma strutturale semplice che si è poi potuta adattare in organismi diversi in modi diversi e che sia stata quindi conservata con altissima priorità.
Quanto e come questo dolore viene recepito è tuttavia ancora poco chiaro. Una frustata può mettere in ginocchio un uomo, ma può semplicemente mettere in cammino un bue che traina un aratro ed una ben più limitante decapitazione non priva un maschio di mantide dalla possibilità di portare a termine un turbolento accoppiamento. Sia l’uomo che il bue che la mantide ne hanno però in qualche modo memoria e adattano il loro comportamento (o della loro prole nel caso della defunta mantide) di conseguenza e qui si pone un secondo quesito: la memoria del dolore può generare paura? Tutti gli animali provano paura?
Il discorso è analogo a quello per il dolore, fatto salvo che un gene della paura non ha ancora trovato solidi riscontri negli insetti, a differenza di alcuni mamiferi dove questo sembra esitere e influenzare il funzionamento dell’amigdala (3). Alcuni studi (4) hanno però dimostrato l’esistenza, ad esempio, di un “senso del pericolo” negli afidi, che rispondono al rischio di essere divorati dalle capre assieme al foraggio lasciandosi improvvisamente cadere a terra quando ne percepiscono il particolare alito.
Chi ha osservato l’approccio di un maschio di mantide alla femmina avrà osservato degli atteggiamenti piuttosto simili all’umano timore o paura, un’ antropomorfizzazione talvolta supportata anche da alcune evidenze scientifiche (5).
Da bestiacce senz’anima né sentimenti in questi ultimi anni gli insetti ci stanno mostrando numerose sorprese. La comprensione di come essi percepiscano il mondo è ancora molto lontana,ma non credo vada sottovalutata solo perché hanno un sistema nervoso molto diverso dal nostro. I sentimenti sono alla base dei processi istintuali e in quanto tali validi strumenti di selezione naturale. Del resto già il buon Darwin, dandolo forse un po’ troppo per scontato, ci ammoniva contro un’eccessiva antropocentrizzazione delle emozioni:

The fact that the lower animals are excited by the same emotions as ourselves is so well established, that it will not be necessary to weary the reader by many details. Terror acts in the same manner on them as on us, causing the muscles to tremble, the heart to palpitate, the sphincters to be relaxed, and the hair to stand on end. Suspicion, the offspring of fear, is eminently characteristic of most wild animals.

Charles Darwin 1871 – The Descent of Man and selection in relation to sex.
(1)Tracey WD Jr, Wilson RI, Laurent G, Benzer S. 2003 Painless, a Drosophila gene essential for nociception. Division of Biology 156-29, California Institute of Technology, Pasadena, CA 91125, USA

(2) Institute of Molecular Biotechnology 2010. Pain Gene Found In Flies, Mice And People May Have Links To Creativity. Medical News Today.

(3) Fred Hutchinson Cancer Research Center. 2005 Study Identifies Gene In Mice That May Control Risk-taking Behavior In Humans.” ScienceDaily.

(4) Moshe Gish, Amots Dafni, Moshe Inbar. 2010 Mammalian herbivore breath alerts aphids to flee host plant. Current Biology DOI: 10.1016/j.cub..06.065

(5) Jonathan P. Lelito and William D. Brown, “Complicity or conflict over sexual cannibalism? Male risk taking in the praying mantis Tenodera aridifolia sinensis.” The American Naturalist 167:263

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