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Dic

Audioguide? Forse, ma cum grano salis!

Il pugno spasmodicamente serrato sull’impugnatura della katana ancora inguainata (per ora!), le nocche già bianche, la vena bluastra che pulsa sulla tempia, le narici dilatate in un’espressione di incontenibile disprezzo da fare invidia a Matsumoto Koshiro. Mentre a grandi passi, cupo in volto, percorro la stanza ad ampie e nervose falcate, come un leone in gabbia, trafilo fra i denti stretti e le labbra tirate un ostile mantra: “Fontana, Buzzetti, Cogo, Odé! A fette, vi faccio! A fette e dadini!”. Ma i miei dei mi hanno davvero tradito? O c’è una spiegazione più semplice??? ?

Testo e foto di Cesare Brizio

Il Pelide Achille, quanto a ira funesta, mi fa un triplo baffo. Ma è con me stesso che me la devo prendere! Rigido come al solito, ho affrontato le audioguide che, come da titolo, sono qui a criticare, con un po’ troppa superficialità e fiducia, mentre basta ragionare un attimo per capire che esse non possono essere esaurienti, neppure per le specie più comuni. Tra i lettori, gli amici con cui ci si è visti nel Vicentino la scorsa estate sanno bene quanta carne è al fuoco riguardo a variabilità geografica e stagionale dei canti. Un tema, questo, che viene a frustrare gli ingenui come me su due fronti, qui trattati brevemente ma, spero, efficacemente – il tutto, fuor di scherzo, più a disonore mio che degli onorevolissimi Autori sui quali più sopra mi offrivo di testare il filo della mia inesistente katana.

Canti simili tra specie diverse

Ai fini del riconoscimento “a orecchio” e senza pretese di analisi (analisi necessariamente da affidare a strumenti diversi da quelli posti a nostra disposizione da madre natura), descrivo a me stesso il canto in termini di “timbro” (o colore) e di “pattern” (o scansione, “ritmo delle sillabe”). Con questo limitato armamentario sensoriale e lessicale, è facile incorrere in abbagli. Come quando ero certissimo di avere riconosciuto Chortippus montanus (Charpentier, 1825) nell’Appennino Bolognese (colpa di un ascolto superficiale di “Entomophonia” di J.J. Andrieu), o peggio quando ho “scoperto” Barbitistes vicetinus Galvagni e Fontana, 1993 a Marzabotto, sui colli bolognesi. Questo abbaglio merita di essere approfondito, dato che ci porta dritti al problema. In questo caso, infatti, mi ero dato la briga di raffrontare i canti del vero, e del presunto, B. vicetinus al computer, con gli esiti che sono a proporvi: l’unico campione su CD a mia disposizione (quello del solito “Ortotteroidei del Veneto”, opera dei quattro magnifici “affettabili” di cui al sottotitolo) sembrava coincidere.

 Pattern Barbitistes

Poi, quando a fatica ho registrato l’anno appena concluso B. vicetinus con i miei mezzi, ho trovato un pattern ancora differente. Insomma, per circoscrivere le capacità canore di una specie, occorre molto lavoro. E, se non si è specialisti, talora è difficile (o impossibile, almeno a orecchio), cogliere gli elementi specie-specifici del canto. Provate voi a distinguere tra questi Barbitistes! Il che ci fa rotolare, senza neppure aver preso fiato, al problema successivo.

Canti diversi da quelli riportati in precedenza per una certa specie

L’ingenua, infantile mia scelta di non catturare esemplari, né per fotografarli né per registrarli in campagna, mi ha spesso creato problemi di identificazione – anche perché non sono mancati i casi in cui neppure volendo avrei potuto raccogliere un esemplare, non essendo in grado di vederlo. Ciò mi ha reso particolarmente cauto nell’identificazione visuale delle specie. Ma qui non si scappa: con tutta la severità verso me stesso, questo nelle foto è proprio un maschio di Leptophyes laticauda (Frivaldsky, 1867).

SONY DSCE a confermarlo sono pure i cerci e l’apice addominale:

SONY DSCSONY DSCOrbene, in tutte le audioguide di cui dispongo (“Fauna d’Italia“, “Ortotteroidei del Veneto“, “Heuschrecken“…), il canto di L. laticauda è composto da diplosillabe regolarmente spaziate. La mia registrazione di campagna di questo preciso esemplare che, senza alcuna ombra di dubbio, ho fotografato, seguito e registrato è stata fatta con Ultramic e PC portatile, in banda 0-125kHz, rivelando un pattern fatto di diplosillabe e schiocchi isolati, variamente sparsi tra gruppi di 4-5 sillabe (quasi a ricordare alcune registrazioni di B. vicetinus….).

Comparazione Leptophyes

Ho riportato in banda udibile il canto, qui comparato ai campioni delle audioguide citate. Tutt’altra cosa…. E se non avessi visto e fotografato l’esemplare, dalle audioguide disponibili avrei esclusivamente potuto dedurre che si trattava di una specie non inclusa al loro interno.

Conclusione

A patto di non usarle come surrogato di un’esperienza diretta, le audioguide possono rivestire un ruolo importante nel settore della divulgazione scientifica. Basta non abbandonarsi (come ho fatto, sbagliando) alla perniciosa impressione di “conoscere” una specie, salvo poi scoprire che essa si esprime in modo molto più variabile di quanto possa essere documentato su una singola traccia di CD (basti pensare all’influsso della temperatura, della stagione, dell’area geografica, della quota…). Io stesso ho realizzato e distribuito con un certo successo un’audioguida basata sulle mie registrazioni, commettendo errori anche grossolani, e quindi sono l’ultimo che può scagliare la prima pietra.

Per concludere….

Concluderei così: le audioguide sono un ottimo spunto di riflessione da cui partire per avviarsi a conoscere una specie, ma possono esaurire solamente alcuni casi circoscritti. Questo dovrebbe essere chiaro sia a chi le produce, sia a chi le utilizza, senza che ci sia bisogno di sguainare la katana (nel mio caso, più per un harakiri che per un’esecuzione degli illustri Autori citati).

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