18
Ago

Attese – seconda parte

Alleggerimento estivo – la seconda parte  di un mio vecchio racconto breve.

Testo di Cesare Brizio 

Attese (seconda parte)

Il sobrio prosoma grigio e l’addome biancastro variamente tigrato in color fucsia ripercorrono lo stesso frattale, con due tubercoli alle opposte estremità del corpo, i piccoli anteriori a portare il paio d’occhi telemetrico, i grandi posteriori a vessillo distintivo di una specie battagliera. Il tegumento coriaceo è solcato da organi a fessura e irto di sottilissimi sensilli, tricobotrii, sete con le quali tutto il corpo percepisce come indivisa superficie senziente. Il respiro è impercettibile grazie ai polmoni a libro ed alle trachee, organi sempre pervii senza il disordine ed il ritmo dell’alternarsi di una respirazione diaframmatica, eredità del costante sbalordirsi dei nostri nonni pesci.

Le due coppie di arti anteriori della illustre cugina sono distesi a fine corsa da una pressione interna doppia della vostra: apposite valvole alla loro radice contengono la incessante trazione dei flessori (muscoli che non si stancano come i nostri, sono proprio di un’altra marca). Quando servirà, una istantanea, profonda contrazione aprirà questi ostii, restituendo al prosoma fiotti di emolinfa calda, e in molto meno di un istante i flessori chiuderanno fulmineamente l’abbraccio. Meglio non essere lì in mezzo.

Quattro arti posteriori ben più corti gestiscono le relazioni col sostrato e bilanciano la balestra vivente sul bordo di un fiore. E oltre alle otto appendici deambulatorie e raptorie altri quattro arti completano sul fronte del prosoma la simmetria anteroposteriore, funzionalmente centrata sulle poderose leve in attesa: due pedipalpi per la manipolazione del cibo (e, nei maschio, per l’accoppiamento: un sesso mirabilmente separato dall’escrezione dei cataboliti), due cheliceri per uccidere la preda.

Gonfi e tozzi, essi culminano in una unghia sproporzionatamente piccola, che tradisce l’efficacia impareggiabile del veleno. Quante volte prede di dimensioni triple delle sue hanno sollevato la nostra amica in volo per ricadere fulminati dopo un secondo?

Lo sguardo inflessibile perentorio di occhi insonni, di struttura differenziata per funzione (ipersensibili occhi inversi dotati di tapetum riflettente a vigilare la periferia del campo visivo, profondi occhi conversi al centro della fila anteriore), è disteso come una superficie d’acqua. La sottostante attenzione, più simile al nostro sonno che alla nostra veglia, non cessa e non stanca nel suo totale abbandono alla realtà, privo del filtro di una verbalizzazione del pensiero. Ciò che non serve non è visto, non è visibile: movimenti dell’erba spostata dal vento. Ad increspare l’acqua saranno solo ben precisi stimoli, distintivi della categoria dei cacciatori o di quella ben più estesa delle prede. Le reazioni che conseguiranno (la composta fuga istantanea, la preparazione all’attacco), “conseguiranno”, appunto, come un sasso che cade a terra: al di là ed al di sopra di una decisione, senza il peso di una scelta da fare, di un conflitto da risolvere, di un compromesso da adottare. L’attacco sarà portato al momento opportuno, sarà definitivo e complessivo. “Olistico”. In esso come nella fuga non vi saranno risparmi o considerazioni di opportunità.

E quando le circostanze lo richiederanno non potrà esservi fuga. Tutti ne potremo ricavare una splendida lezione sul coraggio. Se ci sono le uova da difendere, la nostra bella signora terrà il campo a piè fermo, incurante della vostra massa corporea di oltre 70.000 volte superiore, della vostra statura 200 volte maggiore, del fatto che voi vi siate o meno accorti di lei. E vi minaccerà, come ben sa chi ha provato a fotografarla a mezza estate.

“Bel coraggio! Ma non stiamo parlando di una creatura consapevole! Non c’è coraggio senza paura, e non c’è paura senza coscienza di sé!”. Vorrei proprio sapere chi vi ha detto che la nostra cugina è incosciente. Se fosse così, la fuga ci sarebbe sempre, o non ci sarebbe mai, o sarebbe alternata casualmente alla resistenza ad oltranza. O state forse rimproverandole suo coraggio senza angoscia e senza alternative? Mi pare chiaro che il pericolo è riconosciuto come tale, e che quindi la paura (chiamiamola così) è la stessa in tutti i periodi dell’anno. Se, allo stesso stimolo, in circostanze determinate e riproducibili la reazione cambia sempre, siamo di fronte ad un comportamento flessibile, che presuppone sensibilità al contesto e – per lo meno embrionale – tutta la autoconsapevolezza necessaria per guadagnare a questo, come ad ogni altro organismo esistente, l’idoneità intellettuale alla sopravvivenza: non maggiore né minore della nostra. Dite la verità, siete invidiosi: invidiosi della forza enorme che deriva dalla mancanza della ossessione umana della nostra importanza individuale, dal non sentire bisogno di dei, invidiosi di un timore della morte infinitamente più semplice e controllato del nostro. Colei che vi guarda non conosce il vostro concetto di paura, e si ripara dalla morte come ci si ripara dai raggi del sole, e muore con la stessa disinvoltura sovrumana, senza porsi problemi sulle implicazioni del fatto.

Riprendiamo fiato. Rieccoci qui seduti. Una delle più belle creature del mondo è lì che aspetta: possiamo esorcizzarla incasellandola, e illuderci che a risolvere il problema posto dal suo esistere basti rilevare che si tratta di un Thomisus onustus Walckenaer, 1805, Eucariota Animale Artropode Chelicerato Aracnide Araneo Opistotelo Araneomorfo Entelegino Ecribellato Tomiside. Oppure possiamo sbarazzarci della burocrazia, e lasciarci guardare, e ricambiare lo sguardo, senza prevenzioni di sorta, da cugino a cugina. Cosa avete da temere? Direi niente! Si è già detto, Il suo essere lì vale come il vostro essere lì. Vi infastidisce l’antico lignaggio, la disumana serenità dei mille e più sguardi, delle mille e più attenzioni che vi circondano? Perchè poi? Cercate di capire che ogni singolo essere vivente è al centro di una ideale bolla riempita dalla propria attenzione, grande come il raggio del più acuto dei suoi sensi. Immaginate l’infinito intreccio di queste bolle e chiedetevi quanto sia grande la vostra bolla (non crediate che sia la più grande! Bastano un gatto o un cespuglio a battervi), e quante bolle altrui stia penetrando il peso del vostro corpo, il suo calore, il suo odore, la sua forma e colore, il soffio caldo del vostro respiro.

Se avete paura (di cosa non so) scappate adesso finché potete. Perchè trattenendovi non potrete impedirvi di capire che ….che ogni bolla di questo inconcepibile grappolo ci preme impercettibilmente, comprese quelle di ogni batterio che ci portiamo nell’intestino, e dei mille piccoli parassiti che non sappiamo di avere. Ma che dire della pressione complessiva? Sentitela bene, è archimedea, è uguale in tutte le direzioni. Non mille attenzioni puntiformi, mille punture di spillo, semmai mille veli impalpabili, mille spinte diffuse su tutto il vostro corpo.

Siete uniformemente immersi nella vita, sentite e vi fate sentire, e non vi sono paure o implicazioni morali da doversi porre. Non è una ossessione, non c’è niente di malevolo: ognuno sta pensando a se stesso, in sonno vigile nella bolla della sua attenzione. Anche voi. Anche lei.

La sera non è lontana, e si sta sempre meglio. Solo adesso vi accorgete che il tempo ha corso in fretta, e che non avete conservato alcuna memoria degli ultimi minuti: bella forza, non avete imparato nulla! Siete semplicemente restati lì a lasciarvi vivere, senza dormire e senza fare caso a niente in particolare. Lo sapevate che c’era qualcuno che vi stava badando, anche senza vedervi. Non avete molta voglia di andare a casa, e non posso darvi torto. Come sarebbe bello rimanere sempre qui, senza il Lunedì dietro l’angolo, senza le mille scomodità attraverso le quali passare per potere vivere un po’ in pace.

Ed eccoci al punto della questione. Benché vi abbia fatto credere il contrario, in questo posto (ribadisco, non è un posto a caso, ci abbiamo messo generazioni per trovarlo) vi ci ho chiamati io per farvi un bellissimo regalo, e ormai vi siete fermati abbastanza perché inizi a fare effetto. Non state sognando: è tutto vero, compreso questo filo di vento del quale vi accorgete solo adesso. Lasciatevi andare, così: scendete nel centro della vostra bolla: vedete i colori diventare più vivi e tutto farsi più grande. Avviatevi lentamente in quella precisa direzione, e dimenticatevi di tutto, delle cose lontane come di quelle vicine. Non preoccupatevi di niente: non avete più impegni. Non temete per la bicicletta, la prendo io, come al solito in questi casi, a voi non serve. Non c’è di che sentirsi in colpa, potete permettervi di sparire in qualsiasi momento, non dovete niente a nessuno, chiunque al vostro posto – parlo per esperienza – scoprirebbe che non gli importa più di … di chi? O di cosa? Se già non lo sapete più voi! Ma tra poco anche di questo vi scorderete, su, continuate, che tra poco è buio, e state già sprofondando fino alla vita in queste grandi foglie che tra poco vi nasconderanno del tutto. Vi ricordavate questi profumi? Presto! Scavalcate, le spine sono troppo grosse per pungervi. Come si sta bene. Vi ricordavate che questi profumi erano così forti? Presto! Ora siete vicini, iniziate lentamente a salire. Quella strana enorme forma innaturale laggiù che vi disturba gli occhi e che manda bagliori metallici nell’ultimo sole … è una “bicicletta”, ma cosa importa, vi spiego dopo. Presto! Che bello avere caldo. Siete quasi arrivati su quel fiore dove c’è profumo, c’è da mangiare, c’è da riposare al sicuro fino a domani. Vi ricordate adesso cosa vuole dire avere “bisogno” di qualcosa? Là dove c’è quel colore bellissimo che avete visto, quel profumo che avete sentito. Sapete che tutto ciò che è bello è li sopra, lo avete sempre saputo. Presto! Al centro del fiore qualcuno che non ha fretta vi sta aspettando a braccia aperte.

Thomisus onustus, foto di Piero Fariselli

Thomisus onustus, foto di Piero Fariselli

Agosto 1997/Agosto 1998

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