30
Lug

Attese – prima parte

Alleggerimento estivo – la prima parte  di un mio vecchio racconto breve.

Testo di Cesare Brizio 

Attese

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Questa volta, niente immagini!

Orograficamente, siamo in riva sinistra: l’acqua vortica cinquecento metri più a valle. Il versante degrada verso sud, e si prende tutto il sole possibile dal cielo secco e chiarissimo. Nell’aria pomeridiana del primo autunno, ferma e un po’ torbida, il persistere del caldo, memore dei suoi recenti fasti leonini, altera i contorni delle piante più lontane, con l’orizzonte leggermente frastagliato da molti ordini di vallecole e colline, ogni displuvio più opaco e indistinto del precedente.

La durata delle giornate sta calando sempre più in fretta, ma la sera è ancora abbastanza lontana da legittimare il disorientante dubbio se sia passato o meno mezzogiorno. A petali quasi tutti caduti dopo la cottura estiva, ben poco resta del brillare della primavera, ora coperto dall’irruvidirsi di cortecce non più fresche, dal velo delle pruine, dei pollini posati, dei residui di mille piccoli pasti, delle briciole da essiccatoio unico resto del lento calcinarsi delle foglie dell’autunno precedente, delle polveri arrivate qui da chissà dove. Neppure l’inturgidirsi di bacche e piccoli pomi si traduce in un qualche luccichio natalizio.

Da qualche parte, e anche in cielo come tortellini nel brodo, ci sono così tanti uccelli che i pur radi sussulti di entusiasmo delle diverse specie, contrappuntandosi, finiscono per mantenere un flusso sonoro costante i cui colori, brillantissimi questi, cambiano continuamente incrinando l’unità del quadro, e rivelando il marchio di una varietà pressoché infinita sotto il bordo della uniforme coperta di aria calda.

E’ come se la natura fosse giunta ad una temibile maturità, lasciando le bambinate per strada. Non abbiamo davanti una tenera asilante col vestitino a fiori, ma una atleta nel pieno della forma, con tutti gli obiettivi già raggiunti e senza avversari. Questa persona dal volto bruno e scostante, sia chiaro, di voi non ha paura, mentre può ben darsi il contrario. Potreste, che so, trovarvi scorticati sulla riva del ruscello ….

Specialmente se lo guardate stando all’ombra, il luogo, il clima e l’orario esigerebbero un pisolino. Sfortunatamente ci sono qua io, che non vi permetterò di sfuggire una volta di più al disagio di essere ospite in casa di alcune decine di migliaia di proprietari di questo pezzetto di collina. Abituati come siete a velare di sonnolenza la paura della pressione che tutte queste vite, tutte queste menti piccole e grandi, stanno esercitando qui ed ora su di voi, male accoglierete il mio perentorio, ineludibile invito a fare visita a qualcuno, a caso, che come tutti su questo versante e su tutte le pendici di ogni rilievo vive nella più assoluta indifferenza alla vostra insignificante importanza personale, ed è questo – per l’appunto – a farvi paura. Al vostro funerale, per intenderci, non presenzierà nessuno di loro, né dei loro figli o nipoti: hanno cose più importanti da fare.

E voi non volete saperlo, perché non volete essere davvero qui, ma – a voi come a tutti – basta la sola impressione di esserci, ben riparati dietro lo scudo di una visione oleografica di tutta la faccenda. Io invece, qui vi ci porto davvero, a vostro rischio, proprio dove voglio io. Così, nel fatto che la esistenza stessa degli inquilini summentovati vale a mostrare che non siete più importanti o necessari di loro, vi ci faccio sbattere il muso.

Sempre che non abbiate già capito, sempre che non possiate permettervi di abbandonarvi davvero e di sentirvi a casa vostra: se lo straordinario spettacolo della realtà non vi sgomenta più, se non rimanete più abbacinati dagli sprazzi di Gran Tutto così frequenti da queste parti, allora si tratta solo di visitare anche questo pezzo di nostro territorio, e di insediarci nello stesso come ci si corica nel proprio letto abituale: senza alcuna prevenzione.

Quanto a voialtri: tanto per iniziare, smettetela di preoccuparvi e rilassatevi. Non morirete, o forse sì, e comunque non ha alcuna importanza. Stavamo dicendo che c’è il sole, e nel sole ci siete anche voi.

Sarò buono: non vi faccio svegliare bruscamente a Jurassic Park, ma vi faccio gradito omaggio e cortese invio di un antefatto consolatorio, giusto per diminuire il trauma e prepararvi gradualmente alle fondamentali rivelazioni che è ormai tempo che riceviate. Diciamo allora che qui non vi ci ho portato io, ma ci siete venuti di vostra volontà. E non è stato semplice arrivare in un posto a caso, oltre la prima collina così brutalmente antropizzata. Per situarci meglio, diciamo una quarantina di chilometri dalla città, diciamo a sette/otto chilometri (in linea d’aria, si intende!) da una delle solite statali di fondovalle (la fai a mezza costa, la strada frana giù, la fai in fondovalle, ci frana sopra la roba: comunque, in fondovalle costa meno, c’è più tradizione, più trattorie ….). Che tipi siete, da automobile o da bicicletta? A voi sedentari, sono bastati dieci minuti a piedi su un sentiero non carrozzabile a caso. La macchina, tranquillizzante presenza, è rimasta sull’asfalto, e la avete pure parcheggiata bene. A voi bikers, che suppongo più in tono: non mi sembrate tipi da avventurarvi a caso. Quindi diciamo che la famosa quarantina di chilometri ve la siete fatta tutta, carta dei sentieri alla mano (e bravi!) ed è già quasi ora di finire di riposarsi e di ridiscendere verso casa.

Casa: ma da queste parti abita (si azzarda ad abitare …) qualcuno? Un gruppetto di due o tre case lo si vede, dall’altra parte del torrente. Queste case che si vedono da lontano, che sembrano cadute dal cielo (chi ha portato in capo al mondo tonnellate di mattoni?): magari non sono ruderi, talvolta sono addirittura evidenti segni di ristrutturazione, tipo parabola satellitare sul tetto, in ossequio all’ottimo gusto degli occupanti (ma allora hanno slargato la stradina e la hanno resa carrozzabile a forza di stabilizzato o di asfalto, e non vale!). Capita anche di scoprirle abitate, queste case isolate, da gente che c’era fin dall’inizio, nella casa di famiglia. Inutile dire che sono gli unici abitanti in tono con questi posti: giovani, neanche a parlarne.

Tornando a bomba: no, proprio qui non abita nessuno. E’ un incolto ben praticabile, bordeggiato dall’inframezzarsi di qualche grosso castagno, roverelle e co., incipienti segni di roveto ai margini della radura in allineamenti di arbusti che forse un tempo erano siepi.

La solita roba di queste parti: sottobosco rado fino al margine degli alberi, poi trifoglio, ombrellifere di tutti i tipi, erbe alte di varia specifica – niente foraggi. Una associazione spontanea, senza raccomandati di ferro. Una pro loco di antica tradizione, insomma, magari leggermente conservatrice.

La bici, se ce la avete, è appoggiata a un albero (che ritengo abbiate scelto con qualche riflessione). Comunque sia, siete seduti dicevamo all’ombra, si suppone che abbiate tolto sassi o legnetti che vi possano dare fastidio, e potete dedicare un po’ di tempo a guardate il prato digradante.

Guardate, ora. Non è un posto a caso. Non esistono posti a caso.

Asimmetria: i vostri occhi pari ed uniformi, la vostra struttura stessa sono strumenti di misura. E la misurazione presuppone una asimmetria. Quella piccola macchia di biancospino “quasi” al centro del prato, quella di cui voialtri vi eravate accorti fin da subito e che avete cercato di ignorare, proprio perché era in un punto topico di attenzione, e voi di imposizioni non ne accettate, poverini! Che cosa ha di tanto attraente? Guardate che vi rispondo!

Scegliamone uno dei tanti motivi di interesse “del” cespuglione (prescindendo si intende dal cespuglio in sé, Crataegus monogyna o oxyacantha che sia), “sul” cespuglione.

Ringraziate bene il cielo, veh, che i vostri antenati agnati del Cambriano hanno avuto l’opportunità di esplorare un piano strutturale che tollera una massa corporea rilevante. Perchè ora come ora potreste essere a rischio. O forse siete a rischio a prescindere?

A circa trenta centimetri dal terreno qualcuno è intento a fare, come voi, quello che sa, quello che può, quello che deve. La qualità del suo sapere, del suo arbitrio, la qualità delle sue scelte, la qualità della sua percezione sono pari alla qualità delle vostre. Il suo essere lì vale come il vostro essere lì. Solo che il suo blasone è più antico del nostro, la sua attesa è scevra di umane preoccupazioni.

Guardate meglio il vostro cugino di sangue reale.

La grande femmina sta attendendo. I suoi occhi (pari ed uniformi, lo credo bene) vi guardano, e non vi vedono (bontà vostra, siete troppo lontani). Né beninteso voi vedete lei, che vi vedrà per prima se e quando vi avvicinerete. Sta respirando la vostra stessa aria, il suo ritmo cardiaco a riposo è più o meno pari al vostro. Con voi condivide un mare di adattamenti per la vita fuori dall’acqua, qualche parassita microscopico, la preferenza per la bella stagione. E un antenato comune, molto lontano nel tempo.

(fine prima parte)

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