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Apr

Abilità mimetiche e dimensioni corporee: uno studio ne descrive la correlazione negli insetti

Un gruppo di ricercatori canadesi ha intrapreso uno studio per far luce sul perché alcuni animali ed alcune piante vantino buone doti mimetiche mentre altri ne scarseggiano. La risposta, così come viene suggerito dall’articolo apparso sul numero di Marzo della prestigiosa rivista Nature, va ricercata nelle dimensioni corporee.

Testo di Andra Meneganzin

Si è soliti celebrare eccezionali esempi di adattamento, e tuttavia alcuni risultati della selezione naturale sono ben lontani dall’esser perfetti. Un esempio viene fornito dai sirfidi, ditteri simili a mosche ma capaci di imitare la tipica colorazione a bande nere e gialle di molti imenotteri velenosi come api e vespe. Non tutte le specie della cosmopolita famiglia Syrphidae vantano però eccellenti imitatori, alcune si limitano infatti ad una superficiale somiglianza e la ragione di ciò desta non poca scientifica curiosità. La ricerca di H. D. Penney e colleghi ha utilizzato un approccio di tipo comparativo in grado si spiegare la variabilità delle abilità mimetiche nelle diverse specie di sirfidi dell’area paleartica. I risultati portano a pensare che i predatori impongano una minor pressione selettiva sull’accuratezza dell’imitazione per sirfidi di piccola taglia, in quanto questi rappresentano prede poco consistenti.

Il team ha analizzato cinque ipotesi “informali” già note all’interno della comunità scientifica per spiegare la variabilità mimetica in diverse piante e animali, rilevando così notevoli punti deboli in ognuna di queste, eccezion fatta per un singolo fattore: la taglia.  18 specie di sirfidi sono state oggetto di particolare attenzione da parte del team, scelta dettata non solo dalla varietà di forme e dimensioni con cui queste si presentano in natura, ma anche dalla capacità di alcune specie di imitare straordinariamente bene l’aspetto di api o vespe.

Una prima sfida è consistita nella ricerca di un metodo di misurazione della somiglianza, più o meno stretta, del sirfide all’ape o alla vespa di riferimento. La valutazione è stata effettuata sulla base di alcune fotografie sottoposte all’analisi di alcuni volontari che hanno assegnato un punteggio in una scala 1-10. Tale punteggio è stato poi integrato con misurazioni morfometriche sia del sirfide , sia dell’ape o della vespa a cui il primo risultava somigliante, per giungere infine all’assegnazione di un punteggio finale per ogni specie.

Tra le teorie prese in considerazione compare l’idea secondo la quale ciò che noi esseri umani valutiamo come “scarsa capacità mimetica” non sia tale agli occhi di un predatore. Una seconda vuole che gli individui scarsamente dotati dell’arte del mimetismo si industrino nell’ assumere l’aspetto di un pasto poco appetitoso. Tali teorie non sono risultate granché consistenti di fronte alle verifiche degli esperti ed il mimetismo funziona tanto agli occhi del predatore quanto ai nostri. 

Ciò che davvero costituisce il fattore determinante, e qui sta la scoperta del team, è la dimensione corporea. Più grande era l’insetto, maggiore risultava essere la sua abilità mimetica. Un sirfide di piccola taglia non ha bisogno di imitare con grande precisione una vespa o un’ape in grado di pungere l’uccello predatore perché esso stesso non rappresenta una grossa  ricompensa agli occhi del volatile. Un uccello in cerca di cibo non si disturberebbe a scovare simili esemplari, mentre tale logica non vale per sirfidi più grossi che certamente meritano un secondo sguardo, ed è dunque meglio che risultino convincenti.

Uno studio di questo tipo, che getta luce su questioni che vanno al di là di singoli gruppi di insetti ma che spiega meccanismi di adattamento e strategie evolutive ad ampio spettro, offre nuovi ed intriganti spunti di riflessione. Ad esempio molti insetti ma anche vertebrati (come i rospi) che usano il mimetismo criptico hanno anche uno spiccato dimorfismo sessuale, dove la femmina è molto più grande del maschio (e potenzialmente una preda più ghiotta). La qualità del mimetismo può dunque variare anche all’interno della stessa specie per lo stesso motivo? Può questo meccanismo influenzare anche la selezione sessuale oltre  a quella dovuta all’ambiente?  

Oltre agli interrogativi questo studio rappresenta sicuramente un bellissimo elogio dell’imperfezione, che smonta una nuova volta qualsiasi disegno intelligente.                                                                                                

 

                                                                                                  

Fonte:

A comparative analysis of the evolution of imperfect mimicry

Per approfondire:    

Penney, H. D., Hassall, C., Skevington, J.H., Abbott, K.R. and Sherratt, T.N. (2012) A comparative analysis of the evolution of imperfect mimicry. Nature, 483: 461–464.                                                                                                                    

 

 

 

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